L’amore non uccide

L’amore non uccide.

L’amore, quello vero, non ti fa male.
Ti accompagna e ti dà forza laddove incontri dolore e sofferenza.

L’amore non ti fa sentire “non abbastanza”, ti fa sentire super.

L’amore non ti umilia, ti coccola.

L’amore non ti fa provare invidia, ti fa sentire serena con te stessa e col mondo.

In Italia viene uccisa una donna ogni due giorni.
Nel 2016 sono state centoventi le vittime del proprio marito, fidanzato o convivente.

Per non parlare di tutte quelle donne che subiscono violenza e sono costrette a portarne i segni per il resto dei loro giorni.
Io rientro in questa seconda (fortunata?) categoria ed è di questo che voglio parlarvi oggi.

Ero follemente innamorata di un ragazzo che sembrava essere il più maturo, dolce e tranquillo ragazzo del mondo.
I suoi occhi azzurri mi avevano trafitto il cuore e quando mi disse che gli piacevo provai la felicità più immensa, travolgente e devastante della mia vita.
Ho continuato a sentirmi così per mesi.
Più volte nel corso di questi ho creduto che tale emozione fosse troppo forte per poterle sopravvivere.
Non sapevo che, in realtà, di lì a breve sarei dovuta sopravvivere a ben altro.

Tutto cominciò con le prime litigate, lui che alzava la voce sempre di più e sempre per le ragioni più assurde: in realtà non aveva quasi mai motivi per farlo, e quando glielo facevo notare quell’evidenza lo faceva infuriare ancora di più.

Ma non era un problema, perché poi si calmava e tornava se stesso ed era questo che contava più di tutto.

Anche quando cominciò a prendermi a insulti, sempre più crudeli e immotivati, non fu mai un problema.
Perché? Perché non era colpa sua. Era lo stress per la scuola, il lavoro e la famiglia ad agitarlo.
C’era sempre una scusa per non vedere ciò che realmente stesse accadendo.
Io lo amavo e quindi dovevo sopportare, comprendere e perdonare.
Altrimenti come avrei potuto ritenermi una brava persona, degna di stare al suo fianco?

Non fu un problema quando cominciò ad alzare le mani.
Prima fu qualche spintone.
Poi qualche schiaffo.
Poi pugni, calci, strangolamenti.
Le sue mani attorno alle mie braccia, per immobilizzarmi; attorno alle mie gambe, per farmi crollare; attorno al mio collo, per farmi stare zitta.

Non furono un problema le sue bugie, le sue lacrime di coccodrillo, i suoi “Non lo farò più” che non trovavano mai riscontro nella realtà.

Non fu un problema quando, per restare con lui, dovetti cominciare a mentire a tutti, dalle mie amiche e amici fino alla mia famiglia.
“Cosa sono tutti quei lividi?”
“Niente, lo sai che sono imbranata, sbatto in giro…neanche io ricordo dove!”

Non fu un problema quando mi isolai da tutti loro, perché le loro domande cominciavano a farsi troppo pesanti e i loro sospetti troppo esatti.

Poco a poco divenni il fantasma di me stessa.
Arrivai a pesare 40 chili, per un metro e 65 di altezza.
Non avevo più appetito, non avevo più sonno, non avevo più la forza di andare avanti né di tornare indietro.
Avevo solo paura.
Paura di lui.
Paura di perderlo.
Paura che gli altri scoprissero tutto.
Paura di essere la responsabile di tutto, sia delle sue sfuriate che del mio malessere perpetuo.

Ma andava bene così. Non era un problema.
C’erano quegli attimi, anche se erano sempre più rari e brevi, in cui stavamo davvero bene e lui tornava ad essere quell’angelo dagli occhi di ghiaccio che mi aveva conquistato anni prima.
Quegli occhi erano così belli… quando era in sé.
Quando il mostro tornava ad impossessarsi di lui, il suo volto mutava. Non ho mai capito come funzionasse, ma il suo sguardo mi diceva che non era più lui. C’era il demonio in quello sguardo, c’era la follia omicida di un esercito di mercenari che uccidono per il gusto di uccidere.
Non era lui. Quel mostro non era lui.

Una sera andai a trovarlo a casa sua, come eravamo d’accordo.
Mi aprì sua madre.
Entrai in camera sua: stava dormendo.
Aspettai qualche istante, decisa ad andarmene se non si fosse svegliato a breve.
Lo osservai ancora un po’, mi piaceva guardarlo dormire, aveva il volto di un angelo.
Feci per uscire, quando lui aprì gli occhi.
Appena i nostri sguardi si incrociarono capii con chi dei due avessi a che fare: era il mostro.
Non feci in tempo a fare nulla, che me lo ritrovai addosso.
Le sue mani attorno al mio collo, gli occhi gonfi di follia e rabbia incontrollate.
Cominciai a vedere appannato, non mi era mai capitato.
Cercai di dimenarmi, di calciarlo, ma lui calciò più forte e strinse la presa sul mio collo. Con una mano mi bloccava le braccia, con l’altra mi stava letteralmente soffocando.
Mi sbatté contro il muro e i miei piedi non toccavano più terra.
Vedevo sempre più sfocato e non riuscivo quasi più a respirare.
Ero paralizzata. La testa mi pulsava e tutto il mio corpo mi diceva: “Fa’ qualcosa o muori!”.
In un flash durato un secondo, mi ricordai che una mia amica una volta mi aveva detto: “Il punto debole della gente alta sono le ginocchia.”
Non so neppure se me lo fossi immaginata o se davvero quella mia amica mi avesse mai detto questa cosa.
Sta di fatto che raccolsi tutta l’energia che ancora avevo e colpii con la punta del mio piede il suo ginocchio destro.
Ovviamente non gli feci male: lo feci infuriare solo di più.
Non so se fu una reazione istintiva dovuta alla sorpresa del mio gesto, o se lo fece perché voleva sbarazzarsi di me una volta per tutte, ma mi scaraventò contro la sponda del suo letto, che era di ferro.

Due centimetri.
La mia testa evitò l’urto con quella sbarra di ferro per due centimetri.
Se fossi caduta due centimetri più a sinistra, probabilmente sarei morta sul colpo.

A quel punto, solo a quel punto, capii tutto.
Capii che c’era un problema e che quel problema era proprio lui.
Capii che non esistevano il lui che mi aveva fatto innamorare e il fantomatico diavolo che si impossessava di lui a fasi alterne.
Era sempre e solo lui.

E io dovevo solo salvarmi.
Non potevo più aiutarlo. Non avevo mai potuto aiutarlo.
Aveva bisogno di qualcuno che lo seguisse e si occupasse di capire cosa non andasse nella sua testa. E di certo questo qualcuno non sarei mai potuta essere io.

Gridai “Aiuto!” con tutto il fiato che avevo in gola.
Lui mi guardò furente e, scoppiando a piangere, mi disse: “Non sai cos’hai appena fatto”.
E invece lo sapevo benissimo.
Arrivarono i suoi e il mio incubo sembrò sul punto di terminare una volta per tutte.

O almeno così avevo sperato.

Quando chiamai i Carabinieri, mi dissero che non potevano fare nulla, specialmente se non eravamo “sposati, o conviventi, oppure con figli“.

Incredula, spaventata e arrabbiata, mi rifugiai nella città dove studiavo per i successivi sei mesi ed ogni giorno ed ogni notte per sei mesi mi trovai chiamate sue e suoi messaggi sul cellulare:

“Ti prego, ho bisogno di te”
“Aiutami, ti prego”
“Perché non rispondi?”
“Rispondimi.”
“Sei un mostro, non puoi abbandonarmi così”
“Per favore, dimmi almeno che stai leggendo!”
“Ti prego, mia madre sta male, ho bisogno di te”
“Ma non ti fai schifo a lasciarmi solo così???”
“Sei una stronza!!!”
“Ti odio!!! Mi fai schifo!!!”
“Se fossi qui ti ammazzerei con le mie mani!”

Quando tornai a casa per le vacanze estive, grazie al supporto delle mie amiche, ritrovai la forza di uscire.
Quando il terrore di trovarselo sotto casa pronto ad uccidermi cominciò ad affievolirsi, me lo ritrovai al bar del mio paese: usciva coi miei amici.

Piombai in un incubo peggiore del precedente.
Fui costretta a rivivere quell’orrore, che avevo vissuto nei mesi e negli anni precedenti, ogni volta che uscivo di casa e i nostri sguardi si incrociavano.
Non ci parlavamo, non ci salutavamo, ma lui mi guardava e io guardavo lui, e non potevo fare a meno di essere terrorizzata.
Cominciai a soffrire di attacchi di panico.
Quando tornavo a casa, appena sul letto, il respiro cominciava a mancarmi, iniziavo a tremare, il cervello sembrava voler esplodere dentro al cranio, il cuore batteva all’impazzata, avevo i crampi allo stomaco e la nausea e sudavo freddo per almeno quindici minuti.

Ho provato a parlarne coi miei amici, che erano anche suoi amici, e solo in pochi (si contano sulle dita di una mano) capirono realmente cosa fosse successo e come stessi.
Ad oggi sono due le persone, tra tutti quelli che sanno, che hanno avuto le palle di troncare i rapporti con lui.

Non so dirvi quanto questo abbia peggiorato la mia stabilità mentale, già altamente compromessa.

Mi sentivo sola, infuriata e abbandonata a me stessa.
Chiusi di nuovo i rapporti con tutti quelli che avevano preso questa storia come una semplice “Rottura brusca” tra due persone che si frequentano.
C’è chi ha avuto il coraggio di dirmi: “Ma perché non ci fai pace? È passato tanto tempo ormai!”
C’è chi ha avuto il coraggio di dirmi: “Non ti sembra di esagerare? Cosa pretendi, che non ci parliamo più nessuno solo perché tu ci hai litigato?”

C’è chi tutt’ora crede che io sia una pazza.
C’è chi tutt’ora crede che “Uno schiaffo ogni tanto non fa male. E forse te lo sei meritato”.
C’è chi tutt’ora crede che la violenza di genere sia una cosa di poco conto, un’invenzione esagerata, qualcosa che “Tanto io non posso farci nulla”.

TUTTI possiamo fare qualcosa, e anzi: abbiamo il dovere morale di farlo.

Personalmente sto affrontando giorno dopo giorno le ripercussioni che questa vicenda ha avuto su di me e sulla mia salute mentale.
Non mi vergogno di ammettere di essere caduta in depressione dopo questa vicenda e di combattere quotidianamente contro quella sensazione di impotenza, di rassegnazione, di infelicità perpetua.
Ci sono giorni che vanno meglio e giorni che vanno peggio.
Ci sono momenti in cui vorrei arrendermi, perché so che niente guarirà queste ferite, o meglio: che niente cancellerà queste cicatrici. E in certi momenti vorrei solo non sentire più niente, nel bene e nel male.
Ma ho avuto l’immensa fortuna di trovare tante persone che hanno saputo ascoltarmi e hanno saputo tendermi la mano nei momenti più bui (e non solo) e grazie al loro affetto e al loro amore sono sempre riuscita a rialzarmi.
E non ho intenzione di cedere: non per loro, ma grazie a loro.
Grazie a loro io non voglio mollare questa battaglia che è diventata la mia vita.
E vi dirò di più: voglio far sì che i segni indelebili che porto siano una traccia visibile a tutti, che servano da esempio e siano d’aiuto a tutte quelle persone che purtroppo hanno incontrato o stanno incontrando la violenza:

Non siete sole. Non isolatevi.
Meritate di essere felici ed amate.
Non abbiate paura e non vergognatevi: chiedete aiuto.
Ricordate che l’amore non uccide: l’amore è l’unica speranza di salvezza che abbiamo.

Dovrebbero scrivere questo sui biglietti di San Valentino, come sui titoli di coda dei film che escono a Natale. Sugli inviti e sulle panche ai matrimoni, sui pacchetti delle sigarette, sulle bottiglie di vino, sui manifesti pubblicitari, sui muri delle città… Ovunque:

L’amore non uccide.

stèd

 


 

🇬🇧 ENG : LOVE DOESN’T KILL

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Vivo di ansie che tu non sai nemmeno di darmi.

4 thoughts on “L’amore non uccide

  1. Mia figlia, la cosa migliore che ho fatto, vederla cadere e rialzarsi, vedere il coraggio con cui ha affrontato tutto questo mi rende orgogliosa della persona che è diventata…l’unica cosa che mi tormenta è non aver capito per tempo quello che le stava accadendo, aver sottovalutato i segnali, gli sbalzi di umore, i lividi , la perdita di peso, credere alle sue fragili spiegazioni…
    di questo le chiedo scusa, da lei ho imparato che non bisogna mai, mai sottovalutare niente, neanche il più piccolo e insignificante segnale, da lei ho imparato tanto, anche ad essere un genitore migliore ❤️

    Liked by 1 person

    1. Non potevi fare più di quanto hai fatto e stai facendo. Non potevo chiedere genitori migliori di voi. Posso solo dirti Grazie ancora una volta!❤️

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