Silenzio, rumore, musica.

“Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e cominciare a sanguinare.”

Ernest Hemingway

Ho passato buona parte della mia vita (fino ad oggi) sopra a fogli di carta.

Alcune volte l’ho fatto per piacere, altre per dovere, altre per un istinto che non so se sia più di sopravvivenza o semplicemente masochista – parlo di quelle volte in cui il foglio bianco è stato il mio unico vero amico.
Tutte quelle volte in cui avrei avuto bisogno di qualcuno con cui condividere i miei interminabili silenzi, o meglio ancora: di qualcuno che mi aiutasse a riempirli, che mi aiutasse a dare un senso a tutto il rumore che il mondo produceva.

Come avrei voluto essere più forte, in quei momenti. Come avrei voluto non aver bisogno di niente e di nessuno!
E un bel giorno in cui non c’era nessuno, ormai 13 anni fa, ho capito che quel foglio bianco poteva, in qualche modo, essere un escamotage.
Così il silenzio è diventato il bianco del foglio, e l’inchiostro sarebbe stato la voce amica che avrebbe riempito quel maledetto silenzio e zittito quel malessere.
Quei fogli hanno compensato quel vuoto per anni; sono diventati il mio sfogatoio preferito.

Poi a un certo punto, non troppo lontano da oggi, è scattato qualcosa.
Con grandi sforzi e non senza qualche sacrificio, sono andata a cercare quel qualcosa che mi mancava.
E l’ho trovato.

Oramai ci sono periodi piuttosto lunghi in cui me ne sto alla larga dai fogli bianchi.
Quindi, alla fine dei conti, quei fogli sono davvero serviti a qualcosa: a capire che da soli non sarebbero mai bastati a colmare quel vuoto.

Paradossalmente (ma non troppo), per scrivere ho bisogno di silenzio.
Perfino la musica, che amo infinitamente, mi dà fastidio quando scrivo.

Quei fogli sono serviti a capire che l’uomo non è fatto per stare solo. Che io, nonostante a volte abbia bisogno di una pausa il più lontano possibile da tutto il rumore che il mondo produce, non sono fatta per starmene da sola in una stanza silenziosa, a pensare a chissà cosa.
C’è sempre stato bisogno di musica in quella stanza. E soprattutto bisogno non di un solista, ma di un coro.

Così, nel trovare ciò che da sempre andavo cercando, ciò che in parte sto ancora cercando, ho cominciato a sentirmi meglio.

E nel mentre mi son tolta non pochi sassi dalle scarpe!
Crescendo ho capito che è fondamentale eliminare ciò che non ti fa stare bene, anche se all’inizio può essere ugualmente doloroso. Ma forse è proprio questo il senso della crescita, forse questo è crescere: stringere i denti e togliersi tutte le spine dai fianchi, fino a riuscire a camminare ben eretto, lasciando che il tempo rimargini le vecchie ferite.

Così sto eliminando tutte le note stonate dal pentagramma, per lasciare solo quelle che stanno componendo una piacevole melodia.
E il punto è che non me ne frega niente di avere un anno in più addosso, perché è proprio lo scorrere del tempo a dare valore a tutto quanto.
E quindi, al solito, non farò chissà quali festeggiamenti.
Ma soprattutto, come sempre, cercherò di stare con le persone che riescono a farmi apprezzare la vita ogni giorno, nonostante il mio carattere di merda e l’umore perennemente nero.
Le persone che mi spronano a non arrendermi e a lottare ogni giorno.
Le persone che stanno riempiendo il mio silenzio dando forma al caos, con la musica più bella che qualcuno avrebbe mai potuto suonare con me.

Grazie.

Vi voglio bene (anche se non ve lo dirò mai).

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