Dignità col blocco

Sto nel bel mezzo di una crisi mistica (cioè una delle tante che mi prendono quotidianamente).

Non so più se ‘sto blog (come altre cose) lo mando avanti per me, per altri o solo per avere qualcosa di quasi concreto a cui potermi aggrappare, qualcosa che ho fatto e ci sono le prove.

Ma poi a chi servono ‘ste prove?
A me?
A mia madre?
Agli altri?

Non sono mai stata una persona che fa qualcosa perché gli altri si aspettano che la faccia, anzi di base mi sono sempre stati sulle palle quelli che pretendono che io sia qualcosa che non sono, solo perché ritengono che io debba seguire una qualche convenzione sociale che mi mette solo a disagio.

Sono abituata a ragionare col mio cervello e se penso che una cosa sia giusta, mi ci tuffo anima e corpo e do il massimo.
Ma se quando comincio ad avere dei dubbi, inizia a crollarmi tutto addosso e mi ritrovo punto e accapo, esattamente dove tutto era iniziato, come quando fai il reset di una partita alla PlayStation che non sta andando come vorresti.
La mia vita è un po’ così.
E proprio come dopo aver fatto il reset ti senti spaesato (e ti tira anche un po’ il culo), io, quando devo ricominciare tutto daccapo, ogni volta che un ciclo si chiude e se ne deve necessariamente aprire un altro, per qualche tempo mi sento  p e r s a .

Ho sempre avuto dei pilastri sacri che mi hanno mandata avanti in questo caos quotidiano.
E così, ad un certo punto, ho deciso che forse la chiave di tutto fossero proprio quei pilastri, che forse quelli erano l’unica vera strada possibile per me, perché tutto il resto non funzionava.
Ora non so neanche più se possa ancora considerarli pilastri sacri, visto che li ho messi alla mercé di chiunque, e questo è un po’ come averli traditi.
Ma il vero problema è che neanche so più se effettivamente lo sto facendo per me, o per chi si aspetta che io continui a condividere i miei pensieri e che dica determinate cose, o quant’altro.
Forse oltre ad aver tradito i miei pilastri, sto tradendo anche me stessa?

La verità è che ho una paura fottuta di deludere quelli che si aspettano qualcosa da me.

Da qui è sempre nato ogni male per me, perché se vivi per non deludere gli altri, vivi in loro funzione e a un certo punto implodi.
È per questo che, col senno del poi, posso dire che preferivo starmene chiusa in camera mia, a farmi i cazzi miei.
Era indubbiamente più facile, però era anche molto egoista, e a un certo punto ho pensato che forse quello che facevo, che faceva bene a me, poteva far bene anche a qualcun altro, e quindi sono entrata in questo fantastico circolo vizioso dal quale so già che non uscirò mai viva.

Prendiamo il disegno.
Da circa un anno e mezzo disegno più assiduamente, sto cercando di sperimentare tecniche nuove, allenarmi, diventare più brava

perchè
Forse perché voglio sentirmi soddisfatta di me stessa, almeno un po’, almeno per un po’?

Ho sempre disegnato per me e questa è stata una medicina a tutto quello che fuori non funzionava e che si rifletteva dentro di me in emozioni contrastanti.
I problemi son sorti quando questo non mi è bastato più.
Quando ho cominciato a sentire una necessità nuova, di non tenere più certe cose per me, come un alien che spingeva da dentro per uscire fuori, nel mondo, non più in camera mia.
Allora ho aperto questo blog e ho cominciato a farmi avanti un po’ di più, anziché restare sempre in un angolo ad osservare il mondo e avere paura più o meno di tutto.
(Non che la paura sia diminuita, però l’ho mezza affrontata, che comunque non è poco.)

Ma, di nuovo, perché ho sentito questa necessità?

Sarà perché i miei coetanei, la gente con cui sono cresciuta e con cui ho intessuto rapporti di qualunque tipo, ha un lavoro, si sposa, fa figli, si compra macchine costose… Insomma fa tutto ciò che una persona adulta dovrebbe fare (sempre secondo quelle convenzionisocialidelcazzo/chesetrovochilehainventatelotrucido)?

DEVO FORSE DIMOSTRARE CHE ANCHE IO STO FACENDO QUALCOSA?

…E questo qualcosa, per me, include passare ore al supermercato nello stesso reparto che mi risucchia l’anima, tipo buco-nero, da sempre: il reparto cancelleria – che è pure il posto più temuto da mia madre, assieme alle librerie.
Non so quante ore abbia speso in tutta la mia vita a fissare i pennarelli, le vernici, i pennelli, le penne, i pennini, gli inchiostri, i quaderni, i blocchi di fogli, i tipi di carta… a cercare di capire quali mi servissero davvero, quali potessi permettermi e quali no…
Tutto ciò per me è un dilemma che, se riportato nel mondo delle convenzionisocialidelcazzo, suonerebbe più o meno così:
Audi, BMW o Mercedes Benz?“, oppure: “Chanel o Louis Vuitton?”

Ecco, a me queste domande creerebbero molti meno problemi, perché la risposta sarebbe univoca:

?!

Solo che, sempre grazie a quelle convenzionisocialidelcazzo, io mi sento inadeguata, e ‘sta cosa mi fa incazzare da morire.

Perché quando la gente mi chiede: “Tu che fai?”
E io rispondo: “Scrivo e disegno”
Mi viene risposto:
“No, intendo nella vita, la vita vera, NON NEL TEMPO LIBERO“.

 

dignità2.jpg

Io disegno e scrivo, e sto cercando di fondere queste due cose… E mi piace.

E questo ha una dignità, checché ne dicano persone dello stesso spessore delle vecchie che vengono a sparlare di mezzo paese sotto casa mia, con mia zia ottantenne.

E quindi torno a chiedermi se lo faccio per me, per chi è come me, o per dimostrare qualcosa a ‘sta gente qua, gli altri.

Ma forse devo solo continuare a farlo e basta, indipendentemente da ogni pippa mentale che ne deriverà, sempre per colpa di quelle convenzionisocialidelcazzo che ci hanno trasformato in un branco di robottini depressi o rincoglioniti.

dignitacc803-e1529252356459.jpg

(Paul Klee)

 

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Vivo di ansie che tu non sai nemmeno di darmi.

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