A Natale non siamo tutti più buoni

Non ho chiesto nessun regalo.
Non ho fatto nessun regalo.

Non me ne frega un cazzo dei regali pre-impacchettati da ‘sta società di merda.

Però ho mandato in stampa la mia prima autoproduzione, che uscirà (termine fighetto per dire: comincerò a portare ovunque con tanta disperazione) nonsoancoraquando.
Questa cosa mi terrorizza e mi fomenta un botto, e lo dico pure se non c’entra un cazzo con quello che volevo dire, pure perché credo che questa sia l’unica nota allegra in questo post, il lato positivo, una di quelle cose mezzeemo mezzepetalose che piacciono tanto e vendono bene. Quindi mandatela giù come l’ennesima fetta di pandoro (abbassoilpanettonesempre).

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E scusate, di solito sono più brava a dissimulare il mio umore dimmerda, ma a ‘sto giro proprio non mi va, forse perché è natale e sta litania del natale=paceamoregioiainfinita m’ha ampiamente frantumato tutto il frantumabile.

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O forse perché è stato il natale più brutto di sempre, perché è come se mi fossi accorta per la prima volta di tutte le sedie vuote attorno a quel tavolo che una volta non bastava per tutti e toccava allungarlo con una prolunga e questa cosa mi ha fatto venire la nausea, mi ha fatto incazzare e mi ha fatto detestare tuttoetutti.

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È la stessa nausea che ho ora mentre scrivo, perché ci sto ripensando e è come se quel vuoto mi ri-entrasse dentro.

È stata una doccia fredda.
Uno schiaffo arrivato così all’improvviso che non sono neppure riuscita a disegnarlo.
Ho bisogno di tempo per elaborare tutta quella merda.

E pure per far passare sta paura tremenda che mi ha bloccato.
Non me ne frega un cazzo della mia fine.
Io ho paura di veder finire tutto ciò che mi circonda.
I miei affetti, il micromondo che mi sono costruita attorno, quel filtro che ho messo – non so manco quando – tra me e la realtà delle cose.
Una realtà che è sempre più reale, e più si fa reale, più fa schifo.
Tutto finisce, è normale così.
Però, insomma, vaffanculo.

E quindi ho disegnato il fuoco, perché mi scaldasse al posto di quelle voci e quei sorrisi che non sentirò e non vedrò mai più.

Non mi ha scaldata.
Però, almeno per un attimo, sono stata soddisfatta, perché ho sempre voluto disegnare ‘sto cazzo di fuoco in modo realistico (per i miei standard di merda) e mi sono incazzata all’idea che non abbia letteralmente mai avuto il tempo di mettermi a studiare come si disegna un fottuto fuoco per renderlo fuoco, fino ad ora.

Ho deciso che a capodanno non farò un cazzo, ché sono settimane che corro di qua e di là e sto in mezzo alla gente e faccio cose e più sto in mezzo alla gente e faccio cose, più mi sento sola.
Sono come una strada super trafficata: tutti che passano di qui, nessuno che lo fa per fermarsi o per stare con me.
Anzi, al massimo mi maledicono perché c’è troppo traffico.

È solo un momento, passerà.

Ma il vuoto no, non passa.

E sono stufa di riempirlo con piume, quando neanche il piombo riuscirebbe a colmarlo.
Forse neppure voglio colmarlo, perché non voglio perdere l’ultimo contatto che ho con certi ricordi.

Forse allora va bene così.
Almeno ho altro materiale per le vignette.

È solo un momento, ma non passerà.

Non ho chiesto nessun regalo.
Però un regalo l’ho ricevuto comunque,
in un giorno abbastanza buio
(da una persona per cui dovrei fare un post a parte).
È un libro.
Un faro.
La luce.

Si chiama:
“Contro la felicità – Un elogio della melanconia”.

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