Mi sono ritrovata – Lilss

“Mi sono ritrovata, nei miei modesti 23 anni di vita a ripetere spessissimo questa frase: “Ogni donna che incontri nella tua vita avrà, almeno una volta, subito molestie”.
La risposta, istintiva e non filtrata, a questa frase è quasi sempre di sconcerto e di scandalo.
Come oso, io, distruggere le lenti attraverso le quali i miei interlocutori vedono il mondo? Quelle lenti che permettono loro di non vedere ingiustizie, sofferenze, miseria.
È vero che le persone cui questa frase viene rivolta, quasi sempre, sono persone che hanno bisogno di sentirsela dire, quindi scandalo e sconcerto non dovrebbero scuotermi.
Invece ogni volta ci rimango un po’ male a vedere quella reazione nei loro occhi. Mi chiedo come sia stato possibile non averci mai pensato.
Nei peggiori dei casi, lo sguardo di sconcerto è accompagnato dall’affermazione, prontissima: “Ma dai, quanto esageri, non può essere così”.
Non può essere così dicono, perché se così fosse, dovremmo ammettere che certe cose accadono quotidianamente, ma non può essere vero, perché se così fosse, nessuno sarebbe al sicuro.
Prendiamoci un secondo, il tempo di un’ispirazione profonda.
Ora espiriamo. Nessuno è al sicuro.
Queste persone non riescono ad immaginare un mondo in cui nessuno è al sicuro. Mostrandomi dettagliatamente ciò che lascia me basita, la loro incapacità di immaginare un pensiero che per me è doloroso, ma basilare: “ogni donna che incontri nella tua vita avrà, almeno una volta, subito molestie”.
Nessuna di noi è al sicuro.
Il mio interlocutore solitamente rimane come immobile, per un po’, quando realizza. Sente la lente rompersi, crollare a terra, probabilmente pensano alla madre, alle sorelle, alle cugine, “ma quindi anche loro?”

Il mio interlocutore è immobile, riflette, il mondo non è più esattamente lo stesso.
Per noi, invece non cambia, che nessuna è al sicuro, lo sappiamo da sempre.
Magari, potessi fermarmi a questa affermazione. La deduzione peggiore che possiamo trarre da questo discorso, è che si può applicare ad ogni tipo di discriminazione presente su questo pianeta.
Le lenti del privilegio filtrano, nascondono, oscurano.
Io non mi stancherò mai di provare a distruggerle. 

Una famiglia, sei persone, quattro donne.
In casa si scherza, mio fratello ribalta gli stereotipi di genere: cucina, spazza, lava, manda la lavastoviglie, è l’addetto primario alla gestione della lavatrice e del bucato da stendere; io, d’altro canto, sono pigra per quello che mi pare e piace e me ne approfitto. Ce ne approfittiamo un po’ tutti, a dire la verità.
Quattro donne in una sola famiglia hanno fatto sì che, piano piano, alcuni principi si stabilissero.
Mio padre era reticente a sentire parlare di mestruazioni, ora compra tutti i tipi diversi di assorbenti che ognuna di noi richiede.
Era solito tornare a casa e aspettarsi il pasto pronto, la tavola apparecchiata, ora apparecchia, aiuta. Ancora non cucina, ma ci stiamo lavorando su.
Gli esempi che ho riportato sono blandi e rimandano a una dimensione ancora molto retrograda, ma ormai si sa, il cambiamento si fa un passo alla volta.
Si inizia dalla tavola apparecchiata e si arriva alla violenza economica.
Si parte dall’additare una giornalista come “brutta” alla “cultura dello stupro”.
I piccoli comportamenti di oggi, saranno il cambiamento strutturale della società di cui abbiamo bisogno. 

Seppelliamo, sussurriamo, confidiamo, parliamo, raccontiamo, urliamo. Eppure, arriverà sempre il San Tommaso di turno, che non vuole vedere per credere, vuole toccare. Come lo tocchi il dolore? Se ti viene mostrato, non lo senti? Non senti come permea la stanza e la ghiaccia? Non lo senti il freddo?
E ricominciamo. Urliamo. Parliamo. Confidiamo. Seppelliamo.
Siamo noi a dover dimostrare le violenze, se denunciamo (che sia verbalmente ad amici o legalmente alle forze dell’ordine), dobbiamo avere le carte in regola noi.
Il sistema in cui viviamo fa sì che noi siamo portate a denunciare il meno possibile per poi portare come dato contro le nostre recriminazioni che gli stupri, le molestie, gli abusi non vengono denunciati, ergo non esistono. “O come minimo non sono così frequenti”.
D’altronde se il primo istinto è dire ad una donna che deve dimostrare la violenza subita (esistono avvocati, giudici e compagnia cantante che studiano e si formano proprio su queste cose, dico così per dire), lei non sarà così invogliata a raccontare la sua storia. 

Quando non ti credono i genitori.

Quando non ti credono le forze dell’ordine.

Quando non ti credono i medici.

Quando non ti credono gli amici. 

Quando sdrammatizzano. 

Quando ti amano troppo.

Quando il divorzio fa soffrire.

Quando tu li hai provocati, respirando.

Quando tu eri troppo bella con quella gonna.

Quando tu avevi bevuto con i tuoi amici e cercavi di tornare sana a casa. 

Quando subisci violenza.

Quando racconti la violenza.

Quando ti chiedono i fatti, con quasi feticismo per l’orrido e poi ti rifilano un “innocente fino a prova contraria” nei confronti del tuo aguzzino, perché, nel dubbio, tu dimostramelo che hai sofferto? 

Non lo senti il freddo nella stanza, quando chiedi? 

Non lo senti il freddo nell’anima, quando dubiti?

Non lo senti il dolore, quando decidi di guardare dall’altro lato?

C’è qualcosa di orribile nel girarsi subito dall’altro lato, da non voler guardare il dolore, quando ce lo indicano.

“Mi hanno stuprata.” Come eri vestita? 

“Mi hanno picchiata.” L’hai provocato? 

“Mi hanno molestata.” Esagerata.

“Mi hanno fatto del male.” Dimostralo.

Vi prendete il tempo per essere increduli. Sospensione della fiducia, sospensione della realtà, perché fa troppo male. Tu dimostramelo, nel mentre io ho la libertà di non crederci a quel dolore. Quel dolore non esiste, se non lo guardo. Guardo i dettagli intorno, perché il cuore del problema distrugge le vite ed io non voglio guardarlo. Perché altrimenti sarebbe grave, altrimenti dovremmo fare qualcosa.

“Aiutaci a fare qualcosa.” No, il vostro mondo è brutto, pieno di odio e dolore, non è il mio mondo. 

Girati dall’altra parte.

Ma il dolore cresce e crescerà sempre.

Noi, però, su quel dolore ci rialziamo. 

Ci rialziamo per chi non si è rialzato, per chi ci sta provando, per chi ancora non sa che deve rialzarsi. 

E allora sussurriamo, raccontiamo, urliamo.

Se il mondo non lo volete cambiare voi, lo faremo noi.” 

Lilss

Non sono sempre stanca: mi disegno così.

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