Quis custodiet ipsos custodes?

«Chi sorveglierà i sorveglianti?»

Stocazzo, verrebbe da rispondere.

Partiamo dall’inizio: lo scorso weekend a Rimini si è tenuto l’ennesimo raduno degli alpini (che sono quella parte di esercito che va in giro con la piuma sul cappellino) e, proprio come ad ogni loro altro raduno, le donne della città che ospita quell’adunata di pennacchi hanno lamentato molestie di vario ordine e grado (dal catcalling a tocchi per niente desiderati e consenzienti e via così).

Ovviamente sono partiti subito in coro i vari: not all alpini, sono solo alcune mele marcele donne si inventano ste cose perché gli fa comodo (effettivamente essere prese per bugiarde, quando va male, o, quando va bene, essere ‘ascoltate’ e quindi messe sotto processo da sbirri e tribunali con annesse ulteriori violenze è indubbiamente il sogno di ogni donna).
Gli alpini stessi hanno risposto alle denunce che arrivavano a centinaia, accusando dei ‘giovani’ (proprio così, random) di essersi finti alpini per molestare le donne (come se un maschio avesse bisogno di fingersi alpino per molestare una donna…ma non voglio divagare).

Visto che non riesco più a tollerare fisicamente questi discorsi, e soprattutto quella retorica che vuole gli sbirri sempre angeli&eroi e una molestia o una violenza vera solo se c’è il bollino di un giudice sopra, ho fatto un sondaggio su Instagram in cui chiedevo se qualcunə avesse mai subito violenze da parte di sbirri di qualunque tipo: mele, pere, arance e kiwi. Perché a naso non si tratta di poche mele marce, ma dell’intero frutteto. E se l’intero frutteto è marcio, il frutteto non serve a nulla, a parte puzzare.

E dunque lasciate che vi delizi con le risposte che mi sono arrivate:

Ora è evidente che questo sondaggio viene da un piccolo account Instagram e quindi non può essere rappresentativo di granché, eccetto delle esperienze sopra citate.
Solo che, per arrivare dove voglio arrivare, basterebbe anche solo una di queste testimonianze. E dunque:
“Donne, denunciate!” ci viene ripetuto tipo mantra, tipo: donne, è arrivato l’arrotino.
Ma che senso hanno queste parole, alla luce di quanto appena mostrato?
Banalmente, dire alle donne che la denuncia sia l’unica arma che hanno a disposizione per ottenere ‘giustizia’, non fa che rimpallare la responsabilità addosso alle donne e ridurre il fenomeno sistemico ai singoli individui, laddove c’è un intero sistema di oppressione, molestie e violenze.

Se non denunci, non è così grave quello che hai subito, e lo sai pure tu. Altrimenti avresti denunciato.
Dall’altra parte quelli che dovrebbero solo e soltanto raccogliere la tua denuncia, ti dicono che è meglio non denunciare (che, per inciso, è una violenza nella violenza).
Inoltre, spesso, sono proprio loro quelli che ti fanno violenza. E a chi li denunci? (Perché lo sappiamo quanto possono essere omertose le forze dell’ordine, vero?)

Così si entra in un cortocircuito che non porta a nulla, perché il punto non è mai solo la denuncia, perché il problema è l’intero sistema che si de-responsabilizza e si auto-assolve costantemente.
Il problema della violenza di genere è collettivo e collettivamente dovremmo accollarcelo, smettendola, magari, di provare a cercare nello stesso sistema che ci opprime, le soluzioni a quell’oppressione.

(Onde evitare ulteriori commenti da parte di cojoni, forze dell’ordine ed esercito sono assolutamente intercambiabili in questo post, come nella vignetta qua sopra. Sono consapevole che chi commenta: “Tu chiami gli alpini se ti entrano i ladri in casa?!??111?!?” è perché n c’ha ‘n cazzo da fa’ eccetto rompere le gonadi a me ed è chiaramente disposto a mettersi in ridicolo pur di difendere gli sbirri, ma tant’è. Spero che almeno ve paghino.)

Per chiudere, tornerei alla questione dalla quale siamo partitə.
Condivido quindi una riflessione che ha fatto su Twitter @lotticarlotta:

nota a margine su alpini, denunce e molestie: la ricerca ossessiva della denuncia fatta ufficialmente non svela solo ignoranza di quanto sia difficile denunciare (e non parliamo di quando sono coinvolte forze dell’ordine o militari) e di quali effetti abbia (e non abbia)
ma svela anche la volontà di poter indicare un colpevole, un episodio, di trasformare le molestie singoli momenti particolari che coinvolgono persone specifiche che compiono atti specifici e documentabili. La volontà, insomma, di trovare chi è stato e poterlo additare
e invece quello che i racconti di questa adunata (ma anche tutti i racconti di molestie e violenze nello spazio pubblico) mettono in luce è come il colpevole, se proprio si deve trovarne uno, sia proprio il soggetto collettivo, il gruppo, il mucchio
violenze e molestie non nascono nel vuoto, ma nel pieno dei sorrisi, degli sguardi girati, delle risate e delle urla. Nel pieno di una socialità maschile che costruisce il riconoscimento reciproco nel modo in cui si reagisce proprio alle molestie
e per questo il punto non è denunciare alla polizia e far partire i processi (ovviamente scelta legittimissima) ma agire nel senso contrario: non cercare le mele marce, ma chiederci cosa le fa marcire. Le denunce, paradossalmente, al contrario assolvono

 

Non Una Di Meno – Rimini ha organizzato una contro-adunata, per riprendersi lo spazio e la parola su quanto avvenuto e questo è il comunicato stampa che hanno pubblicato poche ore fa:

L’Ansa ieri notte ha diffuso la notizia che c’è stata una prima denuncia, autonoma, di una ragazza di 26 anni molestata verbalmente e fisicamente da tre uomini.
Immaginiamo già come devierà il dibattito: “una sola denuncia?”, “ah, ma è contro ignoti”, “si, ma gli alpini sono bravi”, “erano infiltrati” e tutte le aberrazioni, assurdità e giustificazioni che abbiamo sentito in questi giorni. Come il tema delle generalizzazioni o strumentalizzazioni che come attiviste e donne abusate avremmo fatto.
Le molestie e i comportamenti offensivi che abbiamo visto e subito nelle strade di Rimini durante l’adunata stanno alla base di una piramide della violenza, dove in cima c’è il femminicidio. Fenomeni come il cat calling, le molestie, i fischi, ecc ecc. sono alla base di questa piramide.
Il 22 aprile scorso istituzioni e autorità si dicevano costernate e commosse per l’omicidio di Angela Avitabile, di 62 anni, uccisa dal marito con 12 coltellate nella sua casa a Rimini, ma nulla hanno fatto in termini di prevenzione affinché gli episodi che abbiamo denunciato in questi giorni non accadessero durante l’adunata.
Ci domandiamo, da operatrici/tori sociali, come mai non siano state attivate le Unità di Strada di riduzione del danno, che ad es. troviamo ai Free party – quelli tanto condannati e stigmatizzati – pronte ad intervenire per collassi ma anche situazioni di pericolo.
Ci domandiamo come mai non siano state previste misure ad hoc, visti i fatti accaduti nelle precedenti adunate, sottovalutando cosa avrebbe portato la concentrazione di più di 400mila persone in città, autorizzate a fare quello che volevano.
La cultura della violenza maschile contro le donne e le persone gender non conforming è permeata nella società ed è legittimata e viene alimentata proprio dalle minimizzazioni che sono state fatte in questi giorni rispetto a certi comportamenti, pochi o molti che siano.
Ora, dire a delle ragazzine di 16 anni palpeggiate da uomini adulti, bianchi, in divisa, che dovevano denunciare subito ai presìdi di polizia presenti (difficili da distinguere in mezzo alla folla) non solo è ridicolo ma emblematico di come un problema sociale e culturale, quello della violenza, venga relegato solo ed esclusivamente sul piano formale.
Non esistono fenomeni extra giuridici, sociali, culturali, tutto si riduce a quel che devono sentenziare le carte, alla sfera meramente legislativa e non profondamente politica e culturale come invece dovrebbe essere.
Di questo parla e questo ci restituisce il comunicato della conferenza delle donne del PD di Rimini intitolato “No ai toni accusatori e qualunquisti” dove addirittura si dissociano dalle dichiarazioni di Non Una Di Meno, “Intendiamo dissociarci da toni accusatori, tesi a incrementare un clima di polemica generalista e qualunquista, che getta un inaccettabile discredito verso un Corpo dal valore riconosciuto e indiscusso del nostro Esercito”.
Inaccettabile discredito è aver lasciato che questi fatti accadessero senza nessuno che intervenisse perché ritenuti comportamenti normali, conformi, leciti. Questa la verità.
Leggendo le reazioni, i commenti, gli articoli della stampa, la minimizzazione passa quindi dal considerare questi fatti come “cose innocenti, complimenti, goliardia”.
Quello che manca però in ogni episodio segnalato, nelle testimonianze video di fanpage, nelle tantissime testimonianze riprese e pubblicate anche dalla stampa nazionale è il CONSENSO, questo sconosciuto.
Resta il fatto che durante l’adunata, a rendere più sicure le strade, il rientro nelle proprie abitazioni, è stato il gruppo di autodifesa promosso da Casa Madiba Network, NON UNA DI MENO – Rimini, PRIDE OFF, che ha raccolto testimonianze e dato primo supporto, operando attraverso i telefoni, le chat, i social.
Continuando a costruire uno spazio sicuro nelle strade e in rete.
Le Istituzioni avrebbero molto da imparare dalle forme di autorganizzazione transfemministe.
Sorella io ti credo e non sei sola!
AUTODIFESA TRANSFEMMINISTA
Non Una di Meno / Pride Off / Casa Madiba

E che sia autodifesa transfemminista, allora.

1 commento

  1. gaberricci

    Grazie.

    Rispondi

Rispondi a gaberricci Annulla risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.